Gli ultras, la rivoluzione, la politica

Pubblicato: 6 febbraio 2012 in Mondo Ultras
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Di nuovo via Mohammed Mahmoud. Di nuovo downtown. Di nuovo quell’area del Cairo dove sono riuniti i palazzi del potere e, allo stesso tempo, i simboli della rivoluzione. Il ministero dell’interno e piazza Tahrir.

 

Le sedi dei diversi poteri, parlamento e ministeri, accanto alle strade in cui, per anni, si è riunita la gioventù del Cairo, tutto attorno non solo a piazza Tahrir, ma alla vecchia sede dell’American University, i caffè che si dispiegano sino a Bab el Louq, i negozietti di computer, lo struscio del centro città.

È ancora qui, in questo perimetro, che va in onda lo scontro tra rivoluzione e giunta militare. Stavolta, scatenata dalla tragedia dello stadio di Port Said e dai 73 morti causati dalla caccia al tifoso della squadra cairota dello Ahly scatenata dai fans della squadra di casa, il Masry. Da allora, la violenza è tornata nelle strade del Cairo e di Suez, in particolare. E lo scontro tra forze di polizia e i ‘diavoli’ dello Ahly diventa parte integrante della rivoluzione egiziana. Basta guardare i protagonisti del twitting egiziano, e si vedrà che sono gli stessi attivisti che in tutto questo anno hanno dato vita all’insurrezione e al suo dispiegarsi. Basta guardare chi c’è in strada, chi è stato ferito, compreso Ahmed Maher, del movimento 6 aprile.

Cosa vuol dire? Che l’attivismo, sin dall’inizio pacifico, ha superato la soglia, e si è spostato sulla violenza? Sarebbe veramente troppo semplicistico descrivere quello che sta succedendo in questo modo. È tutto molto più complicato, anche se – certo – i confini si fanno sempre più labili, man mano che aumenta anche la stretta dall’altra parte. Da parte della giunta militare. È come se quello che sta succedendo in questi giorni dia ragione a chi, da mesi, prevede prima o poi un bagno di sangue in Egitto, perché possa compiersi il cambio di regime. Io non sono ancora del tutto convinta che l’Egitto precipiterà in una deriva in cui la violenza possa essere ben più estesa di quanto sia in questi ultimi giorni, o nelle ultime settimane. Certo, però, la tragedia dello stadio di Port Said sta accelerando i tempi. In primis, i tempi delle elezioni presidenziali, che oramai in pochi prevedono per giugno. Persino Amr Moussa pensa che non si debbano fare dopo aprile, mentre il consiglio consultivo  creato dalla stessa giunta militare parla di fine febbraio. Siamo, insomma, alla resa dei conti, in cui la strategia della giunta militare sembra molto più confusa di prima, se nella rete sono cadute anche le ong che ricevono finanziamenti da americani ed europei, che si sono ritrovate sotto indagine.

La tragedia dei ‘diavoli’ dello Ahly accelera i tempi della politica, dunque. A dimostrazione che sbaglia chi pensa agli ultras egiziani (e non solo, anchetunisini) come un gruppo apolitico, oppure solo temporaneamente politico, oppure sfruttato dalla politica. Devo dire  che ho trovato molto interessante, invece, la lettura che ne dà Ashraf el Sherif, che insegna all’American University del Cairo. Nella sua analisi pubblicata da Egypt Independent, Ashraf el Sherif contrappone il vecchio Egitto a tutto ciò che la rivoluzione ha fatto emergere, in primis, e poi ha lasciato libero.

This conflict between two rhythms of life — one so dim it fails to realize its own fragility, stagnation and gradual extinction, and the other so young and full of life that it fails to realize the revolutionary consequences of its actions — is a useful one, and should be allowed to grow.

In fact, the chaos of the ultras, Egypt’s hardcore football fans, may play the role of waking up Egypt’s middle class, which continues to adhere to the myth of stability.

Dalla battaglia contro la società patriarcale (è per questo che le donne, le ragazze sono state le protagoniste del 25 gennaio) alla disperazione di un pezzo di società (giovane) espunto dallo sviluppo. Un tema, quest’ultimo, cheMaria Golia giustamente sottolinea.

These street battles, seen by some as a freedom fight, are displays of sheer desperation, of thwarted male energy, of anger and confusion. The bands of raggedy boys I see marching into battle have no better place to be. They are ready to die because they have been offered no alternatives.

The walls they are trying to dismantle are within themselves, within a society where responsibility is traditionally relinquished to the state and religion. Those life-affirming moments of consensus and caring that characterised last year’s Tahrir have faded into memory.

Da ultimo, un consiglio di lettura un po’ più consistente dei commenti: il libro di James Montague. When Friday Comes. Football in the War Zone è un testo del 2008, ma c’è già molto, sugli ultras in Medio Oriente. Ivi compreso il Beitar Jerusalem, i cui sostenitori sono noti per il loro razzismo anti-arabo (chi vuole approfondire, lo può fare facilmente, con una semplice ricerca su Google). Ancora una volta, non è solo calcio. E lo stesso Montague lo spiega bene in un suo commento sul sito (in inglese) di Al Jazeera.

Per la playlist, i vecchi Pink Floyd, Us and Them.

La foto che immortala un graffiti dello Ahly è preso dal loro accounttwitter.

[Fonte: Invisible Arabs]

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