WE ARE GENOA/ Mario Bortolazzi: “Il tifo dell’Anfield Road ci portò a compiere l’impresa”

Pubblicato: 6 marzo 2012 in Mondo Ultras
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Una delle serate più magiche nella storia del tifo genoano, rivissuta vent’anni dopo attraverso le parole di un protagonista sul campo, Mario Bortolazzi.

 

Mario BortolazziRitorna l’appuntamento con “WE ARE GENOA” e, in occasione del ventennale dalla doppia impresa nei quarti di finale di Coppa Uefa contro il Liverpool “dei mostri sacri”, Pianetagenoa1893.net continua la celebrazione dell’evento che ha segnato in maniera indelebile la storia del club più antico d’Italia. Dopo le interviste con Fulvio Collovati, Simone Braglia e Valeriano Fiorin, tocca ad un’altra leggenda vivente per i colori rossoblù: Mario Bortolazzi, pilastro del centrocampo genoano dal per otto intensi e lunghi anni.

Genova è, storicamente, una piazza molto calda. Figuriamoci in attesa di eventi come un quarto di finale di Coppa Uefa: si ricorda l’aria che si respirava in città poco prima dell’attesissimo confronto con il Liverpool?
Sicuramente era aria di entusiasmo. Affrontare una squadra blasonata come il Liverpool non è una cosa da tutti i giorni, soprattutto per gli ultimi anni vissuti dal Genoa: dopo un periodo di sofferenza, l’entusiasmo si risvegliò con la promozione in Serie A e poi con il raggiungimento della salvezza. Tutto questo, però, non si può minimamente paragonare alle emozioni vissute nel doppio confronto con i Reds.

Vincere esaltando il proprio pubblico o uscire con i tre punti da uno degli stadi più gloriosi d’Europa: qual è stata la gara che l’ha emozionata di più?
Devo dire entrambe: furono delle partite esaltanti. Anche se vincere a Liverpool, dove nessun’altra squadra italiana ebbe successo, è un gran motivo d’orgoglio.

Ha un ricordo particolare di quella sfida?
Ricordo le sensazioni provate di fronte al tifo frastornante della Kop, la storica curva del Liverpool. Nonostante il pubblico cantasse per trascinare la propria squadra alla vittoria, noi trasformammo tutta quella carica in nostro favore, anziché intimorirci. Il doppio vantaggio ottenuto nella gara d’andata poteva far pensare ad una partita a senso unico, in mano al Liverpool: noi però giocammo a viso aperto, dopo aver impostato l’incontro nei minimi dettagli. I Reds in casa, come tutte le altre squadre inglesi, giocava sull’aggressività e sul calore del pubblico. La nostra bravura fu anche nell’esaltarci nella situazione avversa.

Dopo l’esaltazione massima dell’Anfield Road, ci pensa l’Ajax ad interrompere il sogno di un intero popolo: che cosa andò storto in semifinale?
La loro era una squadra ben organizzata e con individualità come Bergkamp, Jonk, Roy che facevano la differenza. Il possesso palla era l’arma più letale di quell’Ajax, fluido nei movimenti e con l’apporto di quei singoli che rendevano ancora più prezioso  il lavoro del collettivo.

La sua lunga esperienza in maglia rossoblù l’ha portata ad essere uno dei simboli più importanti della genoanità: come si sente ad essere diventato uno dei più grandi idoli della storia di questa società?
Sono contento. In realtà, non penso a cosa sono stato e sono per il Genoa, ma so solo che in quei otto lunghi anni ho sempre cercato di dare tutto per la maglia rossoblù. Se la gente mi gratifica in questa maniera, vuol dire che il lavoro che ho svolto è stato apprezzato.

Le punizioni “alla Bortolazzi” hanno fatto scuola. Qual era il suo segreto?
Il fatto di avere un giocatore come Branco affianco è stato molto importante. Aveva delle capacità balistiche superiori alle miei e così, standogli vicino, ho potuto imparare il suo modo di calciare e di colpire il pallone. Devo dire che qualcosa di mio ce l’avevo già, ma allenarmi con lui è stato fondamentale per migliorare e per rubargli qualche segreto.

Quant’è cambiato il calcio, da vent’anni a questa parte?
Dal punto di vista tecnico-tattico, ora le squadre hanno trovato un miglior assetto in campo. Anche le cosiddette piccole, quando in passato potevano partire in leggero svantaggio, ora hanno un’impronta più definita: non potendo puntare su grandi individualità, hanno migliorato il loro sistema di gioco e quindi il collettivo.

[Fonte: PianetaGenoa1893]

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