Fede, ultras e pochi soldi: così l’Apoel è partito alla conquista dell’Europa

Pubblicato: 8 marzo 2012 in Calcio
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Non c’è nulla di logico nell’impresa dell’Apoel entrato nelle otto grandi della Champions League eliminando il Lione ai rigori e completando un’impresa storica. Nulla che possa spiegare la magia che si è creata in questo spicchio lontano d’Europa dove ora si sogna la sfida contro il Barcellona per coronare un’avventura che, comunque finisca, entra di diritto nella storia del calcio.

 

Esultanza dell'ApoelQuale spiegazione logica ci potrebbe essere per raccontare la parabola di un club che in una stagione vende lo stesso numero di biglietti che Barca, Real e gli altri big fanno fuori in due settimane?

O che ha un budget di nemmeno un ventesimo rispetto ai quasi 500 milioni di euro di fatturato delle grandissime? Nessuna spiegazione possibile in un calcio in cui – come ama ripetere l’amministratore delegato del Milan Galliani – sempre più spesso la classifica dei ricavi equivale a quella sportiva un po’ come accade nello sport iper-professionistico degli Stati Uniti.

Invece l’Apoel avrà l’onore di giocarsi la Champions Legue fino alla fine portando in giro per l’Europa la storia di una società che è più che un club, è piuttosto una questione di fede e di identità etnica. Società polisportiva fondata nel 1926 per rappresentare l’orgoglio della metà greco-cipriota di una Nicosia spaccata allora (come oggi) in due anime. Qualcosa di molto simile alla rivalità che a Glasgow divide Celtic e Rangers.

L’Apoel è in crescita verticale dall’inizio degli anni Duemila: 5 scudetti ciprioti, 2 coppe e 5 supercoppe locali. Soprattutto due partitecipazioni alla fase finale della Champions League: la prima nel 2009 chiusa senza vittoria ma con l’onore di un pareggio a Stamford Bridge contro il Chelsea con al seguito 6mila tifosi indiavolati. Poi la corsa di questa stagione che sta frantumando tutti i record con numeri, però, che restano lontanissimi dal grande business del calcio europeo.

Qualche esempio? In autunno sono accorsi in 22.537 per la partita contro gli ucraini dello Shakhtar Donetskt. Non era mai accaduto prima, ma è un record che non si avvicina nemmeno ai 90mila del Camp Nou o agli 80mila di San Siro, del Bernabeu e dei grandi templi del calcio europeo. Eppure lo stadio di Nicosia è un gioiello proprio per il clima rovente che crea una tifoseria capace di offrire ai suoi un sostegno incondizionato. Se ne sono accorte Zenit, Porto e ora il Lione, sconfitti tutti.

A Nicosia comanda il PAN.SY.FI, gruppo ultras fondato nel 1979 e che colora di arancione le tribune da vent’anni esatti. Una tradizione – quella di presentarsi in t-shirt orange – nata in occasione di un infucato match contro il Limassol nel 1992. Contano così tanto i tifosi per l’Apoel che il club ha ritirato la maglia numero 79 in onore dell’anno di fondazione del gruppo PAN.SY.FI capace di veri e propri esodi in giro per l’Europa: dopo i 6mila di Londra nel 2009 sono arrivati i 5mila di Lione tre settimane fa e ora si prepara già il prossimo viaggio ovunque sia.

La squadra è tutto tranne che cipriota. Ha un’anima più brasiliana e portoghese che locale ma poco conta per la gente di Nicosia. Quello che piace ed emoziona è il cammino senza limiti di una squadra che – malgrado i miracoli – ancora oggi non va oltre il 62° posto nel ranking Uefa a distanze siderali dalle prime. Sulla carta non c’è nessun motivo per cui l’Apoel possa essere ancora in corsa per la Champions League. Però il sogno non è ancora finito e a Cipro nessuno sembra disposto a risvegliarsi adesso.

[Fonte: Panorama]

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