Gli anni d’oro degli ultras a Cagliari: leggende in curva Nord

Pubblicato: 19 marzo 2012 in Mondo Ultras
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Quando andare allo stadio aveva ancora un senso, essere ultras significava devvero “esserlo nella mente”, come recita uno degli slogan storici degli Sconvolts. Cagliari ebbe così tanta paura nell’anno in cui fu scavalcata dalla Torres in C1, che l’anno dopo esplose il fenomeno del tifo. Era il 1987, stagione in cui nacquero gli Sconvolts.

 

CagliariUn anno dopo fu la volta degli Eagles: passarono alla storia per un adesivo con la scritta “Nuclei arrapati”, sullo sfondo un ultrà col cappellino che ammirava una vamp. Prima c’erano stati tanti altri gruppi, come i Cuys, Commando Ultrà Young Supporters. Portarono i fumogeni nella leggendaria Curva Nord già ai primi degli anni Ottanta. Dopo arrivarono gli Uccn, facce storiche del Sant’Elia: il loro leader era Vittorio Rais, il tifoso-metallaro, che durante un derby di Coppa Italia A Sassari (il giorno dello striscione “Zola Biancaneve ti cerca ancora”) si prese una cinghiata senza battere ciglio, talmente era orgoglioso. Tra loro c’era anche Gianni Inconi con Gianni Lepori, che poi passarono agli Sconvolts. Il gruppo che ha cambiato la storia degli ultras abbandonando i vecchi tamburi fracassoni e importando in Sardegna il tifo all’inglese. Con Ranieri nel 1989 ci fu il boom: la curva Nord diventò una delle più belle e colorate d’Italia, con coreografie spettacolari. Gli idoli dei giovani ultras di allora erano Pedro Piovani e Lele Paolino, protagonisti delle due storiche promozioni che ci trascinarono in serie A. Piovani segnò un gol spettacolare nel derby a Sassari, in tanti piansero di gioia. Ed esplose anche la moda delle trasferte: tutti con sole 40mila lire ad attraversare il Tirreno per seguire il Cagliari ovunque. Si partiva il sabato alle 18 con la Tirrenia, si tornava a casa il lunedì pomeriggio dopo odissee di 48 ore. E si cercava di pagare il meno possibile: quando gli ultras andavano in treno, c’era sempre per il controllore il “capogruppo col biglietto” che però non pagava mai. Una volta, dopo una trasferta ad Avellino e una sconfitta per 2-0, nel pullman i soldi erano finiti e ci fu un passaparola: “Zero soldi, arrivati a Civitavecchia per prendere la nave si salvi chi può”. E c’era chi per seguire Provitali e compagni rinunciava anche a mangiare. Perchè poi l’adrenalina era fortissima: avere un intero stadio contro e urlare “In ogni stadio dove noi andremo dimenticati certo non saremo, e canteremo e grideremo magico Cagliari ritorna in A”. Sentirsi chiamare pecorari ma esserne fieri. A Pisa e a Torino lo stadio era quasi totalmente rossoblù, l’anno della promozione in A. Gli ultrà erano bravi ragazzi, spesso giovani padri di famiglia. Nascevano amicizie spontanee e incredibili durante le trasferte. Una volta, a Caserta, il fondatore dei Furiosi Albino Portoghese lanciò bottiglie di aranciata contro la curva campana e 3000 persone aspettavano fuori i cagliaritani. uscirono a bordo di un cellulare preso a calci, col poliziotto con la pistola spianata. E chi non ricorda gli incidenti fuori dal Curi di Perugia, molti anni prima dello spareggio a Napoli col Piacenza? Essere ultrà era una cosa seria, l’imperativo era semplicemente salvarsi la pelle. Con la sciarpa d’ordinanza al collo, finivano le partite che eri senza voce. Non contava tanto il risultato, ma avere fatto una bella figura portando nella penisola l’orgoglio cagliaritano. Perchè se non andavi in trasferta, eri condannato a soffrire ascoltando Bruno Corda. Non c’era Sky, c’era solo Novantesimo Minuto. Meglio passare il dopo gara scortati fuori da San Siro: la grande rivalità coi milanisti esplose quando rubarono lo striscione Furiosi dal Sant’Elia vuoto, e lo esposero sulla Tirrenia alla ripartenza. Scoppiò il finimondo. Lo striscione fu esposto a Milano un anno dopo, le lacrime degli ultrà cagliaritani per l’umiliazione sono ancora scolpite nei ricordi di chi c’era. E c’erano Massimo Scomazzon, Valery Melis e gli altri ragazzi che diventarono miti della curva.  Nel primo direttivo degli Sconvolts c’erano Stefano Sciarra e Ciccio Setzu, neanche loro pensarono che sarebbe diventato un gruppo così rispettato in tutta Italia. Ma vuoi mettere la soddisfazione, quando il Sant’Elia era pieno come un uovo, sessantamila persone strette strette nella passione, col gusto degli arachidi in bocca, a fare tutti insieme “chi non salta è un sassarese”? Oppure divertirsi a fare il coro “La poliziotta, vogliamo la poliziotta?”. Il più simpatico era Michele Atzori, diventarono semplicemente leggendari i suoi cori. Sparati al megafono con voce rauca: ” Oh portiereeeeeeee….portiere paperetta…..ora Paolino ti fa una tripletta!”. Una volta il portiere del Brindisi si girò verso la Nord, piegato anche lui dalle risate, e applaudì gli ultras con il pollice alzato. Mentre il mitico Ielpo saltava insieme ai giovani della curva.  Era ancora un calcio sano, le diffide e la Daspo arrivarono anni dopo. Fuori dallo stadio solo qualche isolata sassaiola, derby a parte. L’importante era non portare la fidanzata carina in curva: il coro “Ohlellèohlallà faccela vedè faccela toccà” non riparmiava neppure gli iscritti ai gruppi, arrapati per davvero. Ma ogni partita era il giorno dei giorni, la domenica era speciale.  E quando uscivi sul ponte della nave, all’alba, e vedevi il porto di Civitavecchia spuntare, sentivi l’emozione che ti saliva nelle vene e capivi che la prossima missione stava per cominciare: “Cagliari è quà, Cagliari è là, Cagliari è forte e vincerà”.

[Fonte: Casteddu online]

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