Tottenham Hotspur-Bolton Wanderers, quarti di finale di Coppa d’Inghilterra, una notizia che fa male, non solo ad Antonio Cassano. Fabrice Ndala Muamba, 24enne dei Trotters cresciuto nell’Arsenal, si accascia improvvisamente al suolo.

 

La regia tv stacca le immagini (etica anti Big Brother del football inglese). Sul campo entrano sei medici, una barella e un defibrillatore. Poi la disperata corsa all’Heart Attack Centre di Londra: il cuore del centrocampista nato nell’ex Zaire belga (Congo), si ferma (forse) per quattro volte. Collasso cardiocircolatorio: Muamba è in fin di vita. Muamba è l’ultimo caso di una lista nera mai chiarita, in Italia come all’estero fatta di malori e decessi, infarti e morti premature di calciatori.

Ombre, omertà, sospetti, silenzi, vedove, orfani, malattie, doping, processi, lutti e miracolati. Anche questo è calcio. Massimo Orlando (ex Fiorentina, Milan, Atalanta): “Io non so se la mia malattia sia legata al calcio, ma di certo se ripenso alla mia carriera mi vengono i brividi”. Carlo Petrini ne ha creato una bibliografia d’attacco, il Procuratore di Torino Raffaele Guariniello un’inchiesta sulle coraggiose denunce di Zdenek Zeman. La storia Stefano Borgonovo (sabato 48 anni, festeggiati con l’Onlus contro la Sla) è simile a quella di Gianluca Signorini, Lauro Minghelli e Adriano Lombardi. Come le maledizioni di Samp (Cucchiaroni, Ocwirck e Vincenzi), Genoa (Gorin, Rotella) e Fiorentina (Beatrice, Saltutti). Perché sul campo, anzi negli spogliatoi, si è iniziato a morire nel lontano 16 Marzo 1969.

Giuliano Taccola è il centravanti della Roma del ‘mago’ Helenio Herrera. Per l’autopsia si spegne per broncopolmonite allo Stadio Amsicora dopo Cagliari-Roma. Ma non per la vedova: “mi parlò spesso di ‘situazione allucinante’. Forse non riusciva ad accettare gli accorgimenti medici di quel club; forse nelle flebo e nei bibitoni ricostituenti gli mettevano sostanze a sua insaputa. Di certo, è morto in modo terribile, peggio di un animale”. Renato Curi è il regista del Perugia nella sfida alla Juve del 30 Ottobre 1977, Stadio Pian di Massiano. Muore tentando uno scatto, un guizzo sul rettangolo di gioco, seguito da un’inutile barella con coperta, due iniezioni e un massaggio cardiaco. Le polemiche sulla Gazzetta della Sport dell’epoca: “E’ stata trovata una malattia cronica del cuore, capace di dare morte improvvisa”. La vita di Lionello Manfredonia è stata ripresa in un Bologna-Roma del 30 Dicembre 1989, a ridosso dei mondiali di Italia ’90. Due arresti cardiaci, respirazione bocca a bocca e fuga salvifica in ospedale. “Fui defillibrato all’istante – ricorda l’ex romanista-juventino-laziale – Poi non ho avuto altri problemi, sono stato in coma farmacologico tre giorni ma non ho avuto nient’altro”, oltre due mesi di riposo assoluto a letto. Così dalle nostre parti.

Ultima nota, lode al pubblico del White Hart Lane, stadio nella zona nord di Londra: 35.000 tifosi degli Spurs si uniscono in un rito esorcistico per scongiurare il peggio. A squarciagola gridano il nome dell’avversario Muamba, anche quando l’arbitro (al 42’ del primo tempo) sospende il match e rimanda tutti a casa. In Italia, per troppo tempo, l’infortunio di un calciatore è stato inneggiato al ritmo del ‘Devi morire!’. E quando Taccola morì (davvero) nella trasferta di Cagliari, Ciccio Cordova ricorda che Helenio Herrera rimbrottò la squadra: “Ragazzi, la vita continua – disse il ‘mago’ – noi dobbiamo pensare alla Coppa Italia. Dobbiamo tornare a Roma e andare in ritiro. Perché la Coppa Italia è importante… molto importante”.

Non so come oggi si sarebbe comportato Herrera in F.a. Cup, la coppa nazionale più antica e prestigiosa d’Inghilterra. Ma so come Ferruccio Mazzola, fratello di Sandro e figlio del mitico Valentino, lo avrebbe sicuramente raccontato. Nero su bianco.

[Fonte: Maurizio Martucci – Il Fatto Quotidiano]

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