Memorie di un Ultrà

Pubblicato: 3 aprile 2012 in Mondo Ultras
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Mi ricordo che da bambino trovavo le partite di calcio molto noiose. Mio fratello, nato nel 1967 e più grande di me di 4 anni, fece parte di quella generazione che visse i successi della Lazio di Chinaglia e Re Cecconi (scudetto del 1973-1974). Lui e i suoi amici erano tutti della Lazio. Così io, senza sapere in quanti si giocasse in campo, mi ritrovai a tifare per la stessa squadra.

Con il passare degli anni questa mia simpatia piano, piano, ebbe una lenta ma inarrestabile evoluzione. A far da traino fu sempre il mio caro fratellone. Per i neofiti del pallone qui a Roma ci sono due squadre che si contendono la supremazia cittadina: la Lazio e la Roma, e da sempre vi è una rivalità accanita tra le due tifoserie. Mi ricordo una sera di tanti anni fa, imparai la prima regola del tifoso della Lazio: Se ami la Lazio, detesti la Roma. Era il 1984 e in televisione (non c’erano le pay tv, bei tempi…!) davano la finale della Coppa dei Campioni (il massimo torneo calcistico europeo per squadre di club maschili) tra la Roma e il Liverpool, tale gara si giocava proprio a Roma allo stadio Olimpico. Mi ricordo l’agitazione e la frenesia di mio fratello fin dalle prime ore del mattino di quella giornata (eppure, mi dicevo, tifa Lazio cosa gli ne importa?). Si presentò a casa con il Corriere dello Sport e dopo averlo letto avidamente, lo lascio aperto sul pavimento di fronte al televisore proprio sulla pagina delle formazioni che sarebbero scese in campo. Quando ci fu il fischio d’inizio, io che all’epoca di calcio e soprattutto di tifo ne capivo poco, mi ritrovai a tifare per la Roma piuttosto che per una squadra inglese. Fortunatamente questa mia pericolosa inclinazione rimase segreta durante lo svolgimento della gara. Per mio fratello quella partita fu come affrontare il travaglio di un parto, lo vidi trasfigurarsi e soffrire veramente fino al punto di arrivare alle lacrime prima e alla gioia più sfrenata di un ballo liberatorio che esegui (anche con un certo stile) sopra al giornale ancora aperto sul pavimento. Per la cronaca la Roma perse quella finale ai calci di Rigore.

Quella serata di calcio fu un imprinting memorabile per me! Fortunatamente in seguito, così come mio fratello, ho scoperto quanto sia più bello amare la propria squadra prima ancora di odiarne un’altra. L’odio è diventato un sano sfottò, da riservare al “tifoso difettoso” in funzione delle alterne fortune della propria squadra.

La domenica del tifoso è fatta di rituali che partono dalla vestizione con sciarpetta obbligatoria, al panino dallo “zozzone” nei banchi appena fuori dallo stadio, al giornaletto della curva che si raccoglie appena fuori dai cancelli, si legge mentre si fa la fila per entrare e infine lo si usa per sedersi poiché i sedili dello stadio sono sempre sporchi e freddi. Ma il tifoso è soprattutto superstizioso, quindi si parcheggia sempre allo stesso posto, si fa lo stesso percorso per arrivare allo stadio, s’indossa sempre un qualche tipo di amuleto: una maglia, una catenina, un ciondolo, un cappellino, insomma un qualcosa che sia catalizzatore di successo per la partita che incombe… Salire i gradini di accesso che ti portano alla curva, ho sempre amato questo istante! Sono andato a centinaia di partite ma ogni volta al momento di salire quella scalinata ho sempre provato un’emozione unica e irripetibile. Sento la carica aumentare dentro di me scalino dopo scalino, accompagnata e amplificata dal rullare dei tamburi* degli ultrà. Gli ultimi gradini li faccio “volando” e finalmente si apre davanti a me il campo di calcio e tutto lo stadio con la sua potenza viscerale. Nella curva siamo in trentamila e nel momento in cui vi accedo, sento che mi “connetto” con tutti gli altri, non ci sono più differenze di età, credo o sesso, siamo migliaia di persone che non sanno niente l’uno dell’altro ma abbiamo in quel preciso momento della nostra esistenza un’incrollabile e indomabile certezza che ci accomuna: “l’amore incondizionato per la nostra squadra”. Questa consapevolezza fa cadere mille barriere della vita quotidiana; allo stadio sei libero di sentirti libero! Niente paura o condizionamenti, nessuno ti allontanerà o riderà di te, puoi urlare, ballare, ridere, gridare, sognare, piangere e ululare, nessuno avrà nulla da ridire anzi, se dai sfogo alle tue parti più ancestrali non farai altro che integrarti ancora di più con tutto il “brodo” primordiale che ti circonda.

Quanti di voi hanno provato l’emozione di un goal allo stadio? Magari un goal che porta sul 3 – 2 il risultato quando la tua squadra perdeva, che so, 0-2 ed era rimasta ingiustamente in dieci uomini? In un’occasione simile mentre urlavo selvaggiamente in preda a un’euforia incontenibile, mi sono sentito sollevare letteralmente da terra e trasportare dai tifosi in delirio, eravamo un magma impazzito di corpi avvinghiati. Ho ritrovato l’abbraccio di sconosciuti, la loro felicità era la mia, per un attimo le preoccupazioni, i dispiaceri, i pensieri neri della vita, tutto spazzato via.

Ma oggi dico che quel goal e quell’urlo liberatorio era molto di più per me, era una rivincita! Una rivincita verso la vita e verso se stessi, è come dire al mondo: eccomi, ci sono anch’io, lo senti il mio grido? Lo senti il nostro grido? Questa volta non sono da solo, siamo in tanti e siamo uniti!! Questa volta ce la faremo, ce la farò! La mia squadra ha fatto l’impresa, la farò anch’io.

Erano i pensieri e le emozioni di un ragazzo spaventato dalla vita che cercava una fonte buona di coraggio e forza per affrontare le sue sfide. La paura ha fortemente condizionato gran parte della mia vita. Mi sono spesso immaginato come un cavaliere di ventura che per vivere le sue giornate doveva armarsi di tutto punto, indossare la sua armatura e affrontare così un mondo minaccioso e persecutorio. Lo stadio con i suoi tifosi rappresentavano per me un banco di prova per testare il mio coraggio, la mia mascolinità, per far vedere al mondo, ma soprattutto a me stesso, che ero pronto per qualunque battaglia.

Poi ho scoperto l’Antropologia Personalistica Esistenziale di Antonio Mercurio, ho iniziato ad esplorare le profondità dell’animo umano e della mia persona, un percorso che tutt’oggi mi impegna severamente e voglio condividere con voi una delle cose più preziose che ho rivelato di me, la mia paura, il mio sentirmi minacciato da tutto e da tutti era una mia proiezione verso l’esterno, il mondo e la vita non ce l’hanno con me, io sono l’unico artefice del mio destino. Anzi grazie al tifo per la mia squadra ho scoperto che l’altro prima che un nemico può essere un’importante risorsa per superare ostacoli in cui da solo potrei non farcela. Certo non mi sento Alice nel paese delle Meraviglie, il male c’è e continuerà a esserci, ma conoscere me stesso e le mie menzogne, è stato il primo passo per guardare alla mia vita con maggiore consapevolezza e fiducia. Ho scoperto sulla mia pelle che “chi resta fissato rigidamente nei suoi vecchi schemi mentali con cui è nato e nei suoi vecchi comportamenti con i quali si è sempre identificato, anche se crede di essere un vivente è un ombra ma non è un vivente e non conoscerà mai nulla della pienezza e della bellezza della vita” (Antonio Mercurio). Con gratitudine, forza Lazio!!!

[Fonte: Solaris]

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