Il teppista ultrà

Pubblicato: 6 aprile 2012 in Mondo Ultras
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Abbiamo già parlato in lungo e in largo di questo libro attraverso le recensioni più varie. Questa è una dell’amico Maurizio Martucci, per cui replichiamo con piacere.

 

 

Moralisti, emulatori, perbenisti: non leggete questo libro, già urticante nel titolo. Se invece avete voglia di calarvi in un limbo tra cronaca nera e biografia romanzata, allora ‘Il teppista, trent’anni maledetti a Milano (edizioni Indiscreto) fa per voi. Sono pagine di Giorgio Specchia (giornalista Gazzetta dello Sport), scritte senza peli sulla lingua. Si leggono in apnea, per riflettere sugli effetti collaterali di una vita sopra le righe: è la digressione di Nino Ceccarelli, nel 1984 cofondatore del gruppo Viking (ultras dell’Inter), tra coltelli da stadio, morte, droga, estremismi extraparlamentari e subcultura urbana. Una parabola trentennale alimentata nel disagio della periferia milanese, coi vicini di casa agli arresti domiciliari e i controlli dei carabinieri sul portone, anche quando Nino non è in prigione.

Sono partito da Quarto Oggiaro e arrivato non so dove, rischiando più volte di morire lungo il percorso. Non sono una vittima del sistema, non sono un eroe, non cerco approvazione ideologica. La mia è una storia come le altre, sappiate però che non tutti quelli della mia generazione sono come me. Io mi sono spinto un po’ più in là ”. Molto più in là dei ‘Ragazzi di Stadio’ (ultras Juve-Toro, 1980) del docufilm di Daniele Segre, che a distanza di anni – letto ‘Il teppista’ – fanno addirittura tenerezza. Ma un po’ più in qua di ‘Romanzo Criminale’ (Banda della Magliana) e ‘Faccia d’Angelo’ (Mala del Brenta), che con ‘Il teppista’ non c’entrano nulla, se non per vaghe analogie di sfondo, ambientazione malavitosa su cui scorre la trama del romanzo. Perché quella di Ceccarelli, personaggio discusso e controverso, non è una storia di mafia organizzata, militarizzata. Ma nemmeno delinquenza comune e sola Curva Nord.

Trasmettendo un forte impatto emotivo al lettore, l’autore tenta di circoscrivere – non sempre riuscendoci – l’esaltazione (referenziata) del personaggio, senza spingerlo sul piano della denuncia obbligata, però col limite di chiudere troppo velocemente passaggi che invece, nel racconto, avrebbero meritato ben altro approfondimento. Il calcio nei privè della Milano da bere, il calcio star system di calciatori ubriachi attorniati da puttane e trans, il calcio dei festini di cocaina per introitare trenta, quarantamila euro a serata, con le ville dello sballo allestite alla penultima giornata di campionato, con mezza Serie A sotto gli occhi di un ultras, tra vodka, scopate e tribalismi in fallatio. “In questo libro – scrive Ceccarelli nella prefazione, come per togliersi sassi dalle scarpe – ci sono una Milano e un’Italia lontane dai luoghi comuni, come da quelli sulla criminalità. E proprio per questo meno conosciute, perché la gente non si rende conto di quanto ambienti all’apparenza lontanissimi siano in realtà collegati. La finanza, la politica, lo spettacolo, il calcio, la criminalità…” Salotti lontani conosciuti da vicino, toccati con mano, come le patrie galere, frequentate per lunghi 12 anni, quante le foglie d’edera tatuate sul braccio sinistro.

Il teppista’ è forse un testamento, fogli scritti col sangue e racchiusi in una bottiglia lanciata in mare aperto, sperando in qualcuno che sulla riva possa raccoglierne l’introspettiva sociale. ‘Il teppista’ è uno spaccato umano ardito, figlio di una generazione anagraficamente mai in lotta negli anni ’70, nel terzo millennio rinchiusa ancora nei settori popolari degli stadi, alla ricerca del mito, del nemico, di conflittualità e aggregazione interclassista. ‘Il teppista’ è l’ambizione di dichiararsi pubblicamente, senza pretese d’essere d’esempio. “Se non fossi andato in curva, forse queste foglie sarebbero state di più. Però posso guardarmi allo specchio senza provare vergogna”.

La fine simbolica dell’era bellica è segnata al Camp Nou di Barcellona, dove nel 2010 l’Inter Mourihniana del Triplete alza l’ambita Champions League. In Italia c’è la Tessera del Tifoso, in Inghilterra pure l’accesissimo derby Chelsea-Millwall pare uno spettacolo teatrale. Non ci sono più posti in piedi, né scontri tra le firm, ma tornelli, steward e telecamere di sicurezza. In Catalogna, Nino abbandona anzitempo gli spalti. Gli amici di una volta, quelli delle scorribande notturne, abbracciati nei ‘lamieroni’ (pullman) per trasferte finite in commissariato e nelle inchieste giudiziarie, ormai non ci sono più. E’ il segno dei tempi. Prendere o lasciare.

[Fonte: Maurizio Martucci, Il Fatto Quotidiano]

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