Retoriche della violenza da stadio, un articolo intitolato QUELL’OBBROBRIO CANORO JUVENTINO a cura del Prof SANTARPIA

Pubblicato: 19 aprile 2012 in Mondo Ultras
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Abbiamo ricevuto dal Prof. Alfonso Santarpia, psicologo del Sigmund Freud Institute di Parigi, una riflessione sull’ultimo Juve-Napoli in cui, per sberleffo, i tifosi juventini hanno ricantato “O’ surdato ‘nnamurato” dopo la vittoria. La teoria non ci ha trovato pienamente convinti e ne abbiamo piacevolmente discusso con il prof. Santarpia, ad ogni modo lo scritto offre spunti di riflessione e lo condividiamo con i nostri lettori.

 

Quell’obbrobrio canoro bianconero, che non fa onore

L’incontro calcistico Juventus-Napoli, conclusosi 3 a zero,  è  sotto gli occhi di tutti, la Juventus ha manifestato un gioco aggressivo e ben organizzato, meritando la vittoria ampiamente su un Napoli irriconoscibile.

Una legge psicologica semplice conduce «il tifoso vincente» ad una dinamica di fierezza e di gioia, con delle specifiche punte di sadismo leggero e goliardico per la squadra avversaria incarnata dai tifosi perdenti, delusi, nel nostro caso, dai tifosi napoletani. Tifosi che vivono «di pane e pallone»,  e si amareggiano quando «questo pane», è amaro per una sconfitta ingiusta o per una partita persa senza gagliardia. Pane ancor di più amaro, quando chi vince è la Juventus, simbolo di una passata supremazia calcistica e di una città, Torino, che ha rappresentato per molti napoletani, il motivo di una partenza lavorativa e di uno sradicamento dalla propria cultura di origine.

Seguendo questa linea di analisi, era prevedibile e nella natura del processo, costruire a cura del tifoso bianconero, una retorica dell’affermazione di sé centrata su una reale superiorità tecnico-tattica in campo che non si osservava da parecchio tempo oramai. La Juventus sembrava «fare la partita della vita», questa attitudine costituisce il segno di una squadra rianimata, operaia e grintosa  che considera l’avversario napoletano con rispetto. La squadra bianconera dimostrava una freschezza ed una modernità di pensiero-gioco e si rendeva protagonista anche di una elegante retorica del festeggiamento. Come già in altre occasioni, a fine partita, come alla fine di uno spettacolo di danza, i calciatori bianconeri «mano nella mano» (in una coreografia a semicerchio caratteristica di uno spettacolo di danza gruppale), si sono avvicinati al pubblico, ringranziandolo per il sostegno e riconoscendosi nella gioia condivisa, una qualità di gioco, che si configura come una raffinata e “maschia danza”, e meriterebbe l’onore del tricolore. In accordo con questa nuova Juventus, ci si aspettava un tifoso juventino, intelligente, ironico, moderno, munito di una retorica pungente, fondata sulla fierezza del bel gioco, associata a tipici sentimenti di affermazione calcistica, espressi con frasi e giochi di parole che attecchiscono al proprio universo culturale: «vi abbiamo annullato sul piano di gioco», «vi abbiamo distrutto», etc. Mostrando il goal di Vidal a gogò come emblema di un gioco, a tratti, brillante. Quindi, ci si aspettava una contrapposizione di metafore culinarie, in caso di vittoria,  il Gianduiotto per gli juventini e la sfogliatella-polpetta-babà per i napoletani. Così è stato, in certi momenti del post-partita, in un clima sportivo di sfottò, i tifosi della Juventus lanciavano, nei bar come in rete, frasi di questo tipo: «vi ha abbiamo dato 3 Gianduiotti», «vi abbiamo servito il vassoio misto di Gianduiotti», «ti sono piaciuti i Gianduiotti? ».

Fin qui, tutto evoca quel misto di leggera aggressività che si mischia al riso, solletica il tifoso dell’opposta fazione, istiga sottilmente, innervosisce in maniera soft, entrando di fatto in qualcosa di giocosamente folklorico e attivando sane dinamiche competitive, e in alcuni caso animando e nutrendo amicizie tra sportivi di opposte fazioni.

Purtroppo a queste giocose dinamiche faziose, si sono opposte alcuni striscioni juventini vergognosi: «Vesuvio lavali» (a dir la verità in un pessimo inglese, infatti andava scritto Vesuvio wash them), «Avete perso l’immondizia dal pulman»,  «Benvenuti in Italia». per citarne solo alcuni. Striscioni che denotano sentimenti sadici e razzisti assai primitivi. Ahimé, sono alcuni elementi di un modello retorico già conosciuto.

Come si fa in un paese civile, anche solo per gioco, ad augurare una disgrazia ad un gruppo di uomini e donne della stessa nazione?

Com’è possibile che il giudice sportivo non punisca queste forme di sadismo primario? Non si capisce che si genera violenza?

Violenze che si sono espresse anche fisicamente su differenti famiglie napoletane che si recavano allo stadio. Queste espressioni razziste e sadiche sono purtroppo tipiche di molte frange violente delle tifoserie del nord, e sono vergognose per un paese civile.  Spesso si tenta di giustificarle, dicendo che i fautori sono un numero esiguo di persone e che la maggioranza dei tifosi resta nell’ironia sportiva.

 

Però quello che è successo in Juventus-Napoli 3-0, del 01/04/2012, a fine partita, è qualcosa di grave, più grave, per quantità di persone implicate, e soprattutto per gli «effetti emotivi» osservati sui tifosi partenopei, soprattutto i più caldi. Il fatto, per chi non fosse a conoscenza, è questo: una larga fetta dei tifosi juventini, presenti  allo Juventus Stadium, a fine partita, ha intonato le note di «’O surdato ‘nnammurato» (Il soldato innamorato) notissima canzone napoletana del poeta Aniello Califano, musicata da Enrico Cannio nel 1915 e patrimonio non solo della cultura partenopea ma vanto della canzone italiana nel mondo. Storicamente, questa canzone è un vero e proprio inno della tifoseria partenopea: fu nel 1975, in occasione di una trasferta contro la Lazio (rete di Boccolini per il Napoli e provvisorio primo posto in classifica) che fu cantata, un po’ casualmente dai tantissimi spettatori azzurri all’Olimpico di Roma. «’O surdato ‘nnamurato”» è stato un coro che solo recentemente è tornato in auge tra i tifosi napoletani, perché negli anni passati, quando le presenze napoletane in trasferta erano di caratterizzazione maggiormente ultras, questo coro veniva apertamente boicottato dallo zoccolo duro del tifo partenopeo fino alla sua scomparsa. (M. Falcone, 2012, corrispondenze). Probabilmente perché si poteva essere esposti ad una prototipizzazione napoletana, ritenuta antipatica e fuorviante, quella del napoletano pizza-sole-mandolino che diventa troppo riduttiva e che non fa altro poi, per osmosi, che alimentare tutte le altre stereotipizzazioni tipiche del napoletano (o per estensione del meridionale in genere): sporco, cattivo, ignorante, che non ha voglia di lavorare, imbroglione, disonesto, ecc. (ibidem).

Attualmente questo inno è ritornato ad essere LA CANZONE, nella quale tutti i napoletani sportivi rispecchiano la gioia e la goduria della vittoria: e scorrono facili le immagini gloriose delle splendide partite di Champions League, fierezza dei tifosi partenopei.

Proprio questo stesso inno, cosi altamente rappresentativo della cultura e della gioia napoletana, è stato cantato da tutti i tifosi juventini in occasione di Juventus-Napoli, negli ultimi minuti della partita e nel post-partita, video poi diffuso largamente ed in maniera fiera dai tifosi della «Signora» sui vari social networks. Questa appropriazione culturale, rappresenta un modello retorico collettivo da stadio, inedito, pregno di una esagerata aggressività, che senza alcun dubbio sarà ripetuto da altre tifoserie, contro i partenopei (vedere già Lazio-Napoli, del 7 aprile 2012).

Qui, non si tratta più del piacere della vittoria calcistica sull’altro come affermazione tecnico-tattica sportiva o come valorizzazione del proprio Sé-culturale. In verità, la dinamica dell’appropriazione dei canti altrui «da stadio» non è del tutto nuova, è stata spesso e volentieri usata come pratica per così dire di sberleffo nei confronti dell’avversario: l’avversario canta il coro X come tormentone? Lo batti e per beffa gli ricanti il suo stesso «canto di guerra». È successo spesso ma più che altro su cori meno identitari del tipo «La capolista se ne va», che poi viene ricantato dai tifosi che la capolista l’hanno battuta (M. Falcone, 2012, Corrispondenze).

Qui è diverso, si tratta di una forma regressiva di sadismo che mira all’umiliazione dei fondamenti identitari della cultura altrui, in questo caso, quella partenopea. In una nota versione in rete, si ascolta in sottofondo un tifoso juventino affermare rivolgendosi ai partenopei ed alla telecamera: «umiliati fino in fondo». E quando l’intero stadio si abbiglia di queste espressioni, la forza del messaggio aggressivo diventa  fortissima.

Il meccanismo psicologico è rubricato in letteratura psicoanalitica (Melanie Klein) con il nome d’identificazione proiettiva, ed è estensibile, sotto la spinta della folla, a fenomeni di massa.

Funziona così: si entra, spinto da un’incertezza identificativa e da collera, nel mondo simbolico-identitario dell’altro per controllarlo e possederlo. Questo meccanismo è il frutto proprio di un vuoto identificativo ma soprattutto di una collera reattiva, non si dimentichi che i tifosi juventini (vincenti per definizione) hanno dovuto subire molte sofferenze ed umiliazioni negli ultimi anni.  Perché impossessarsi di un elemento cosí caratteristico di un’altra cultura, se non per una mancanza  di un universo simbolico-identificativo con cui esprimere la propria  nuova identità e nuova forza? Restando nel canoro, un tifoso napoletano avrebbe le sue musiche in dialetto, un romano avrebbe i suoi stornelli, sia per gioire, sia per beffeggiare, per fare qualche esempio. Nessuno oserebbe mai pescare dalla cultura del «nemico sportivo» un qualcosa di cosí fortemente identitario per affermarsi, sarebbe un segno implicito di inferiorità culturale, di mancanza di creatività o ancora peggio d’un profondo desiderio reattivo di umiliare. Forse, neanche nel mondo calcistico internazionale,  potrebbe mai succedere che all’atto della vittoria della propria squadra si usino gli elementi cosí rappresentativi della cultura della squadra perdente, esibendoli come segni di dominanza.

Inutile parlare, della buffa e goffa interpretazione canora del pubblico bianconero, costituita in parte dai tanti tifosi di origine napoletana, ma quello che stupisce, è che una tale espressione di «frustrazione identificativa» si è estesa a tutto lo stadio ed in rete. I tifosi juventini non capivano e non capiscono che attraverso «quell’obbrobrio canoro», teso ad umiliare, stavano esprimendo non solo il peso delle loro frustrazioni passate ma anche il loro vuoto culturale identificativo e la mancanza di una creatività propositiva di cui la nuova Juventus, avrebbe bisogno.

Questa operazione retorica dei tifosi juventini del cantare «’O surdato ‘nnammurato», dovrebbe inorgoglire i napoletani più avvertiti per il prestito culturale. Visto che una canzone di una tale «forza identificativa», i tifosi bianconeri non ce l’hanno.

Se ad una lettura attenta, «quel gesto collettivo di canto», è innocuo, misero, «una zappa sui piedi»,  controproducente per i supporters della Juventus, alla luce di un ritorno ad un’eleganza di stile degna di un passato glorioso, glorioso anche per il modo nobile con cui si gestiva la supremazia in campo. E non si dimentichino le parole eleganti e poetiche di Edgar Davis (un ex-giocatore della Juventus) sullo spirito vincente della squadra torinese: «Con la Juventus ho imparato a vincere. Non so com’è successo, è qualcosa che si respira dallo spogliatoio, sono concetti che vengono tramandati da giocatore in giocatore, è il sentimento che ti trasmettono milioni di tifosi  e non c’è club nel mondo che ti faccia lo stesso effetto» (http://iojuventino.net/).

Ad una lettura superficiale, ed eccessivamente emotiva, operata dai tifosi napoletani più facinorosi e spesso fragili, per storie personali, «quel gesto collettivo di canto» potrebbe rappresentare un minacciante attacco ad uno dei perni dell’ identità culturale napoletana, la sua musica, internazionalmente riconosciuta. Per molti di «quei tifosi facinorosi» la musica napoletana struttura e supporta. Allora «quel gesto collettivo di canto», potrebbe essere un’accensione perversa di una miccia che potrebbe generare una rabbia primitiva in una certa frangia della tifoseria partenopea, che potrebbe esprimersi in una violenza aperta e distruttiva contro il tifoso bianconero, in vista del match di finale di coppa Italia.  E non saremmo più davanti ad una partita di calcio.

E se così sarà, «quell’obbrobrio canoro bianconero», ad oggi povero e misero, costituirà una provocazione imbecille e avrà il potere retorico di aggiungersi a quelle scritte sadiche e razziste nello stadio e in tal modo vincere, sì vincere, da subito, uno scudetto speciale, quello della vergogna.

 

Dr Alfonso SANTARPIA
Ph.D, psicologo
Sigmund Freud Institute Paris

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