Il Paese degli ultrà

Pubblicato: 26 aprile 2012 in Mondo Ultras
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Un’altra perla di non raro moralismo e qualunquismo. Adesso mancano all’appello solo Topo Gigio e il divino Otelma e davvero tutti hanno detto la loro in questo paese malato di opinionismo. Visto che ha tanto bisogno di inventarsi tasse, Monti ne potrebbe inventare una sulle chiacchiere inutili, almeno la gente la smette di parlare solo perché è gratis…

 

Sculli a colloquio con i tifosiNaturalmente, non tutti i tifosi sono ultrà. Al contrario, rispetto ai tifosi, gli ultrà sono una frazione. Quelli violenti, poi, sono pochi, pochissimi. A Genova: poche decine, al massimo un centinaio. Ma domenica scorsa hanno paralizzato l’intero stadio. Tenuto in ostaggio molte migliaia di persone. Imposto ai giocatori di svestire la maglia del club. La divisa, la bandiera. Davanti al pubblico di tutta Italia. Rilanciati più volte. In ogni rete, a ogni ora, in ogni trasmissione di informazione. Perché lo spettacolo dell’indignazione retrospettiva funziona sempre in Italia. La ricerca dei responsabili. Ma solo dopo l’evento. I giocatori, le società sportive, le federazioni, le forze dell’ordine, gli “altri” tifosi  –  pavidi. Tutti colpevoli, dunque nessun colpevole. Come tante altre volte, in tante altre occasioni. Difficile dimenticare il derby Roma-Lazio, nel 2004, sospeso a Roma, per volontà dei tifosi, in seguito alla morte di un bimbo, appena fuori dello stadio. Non era vero. Ma tant’è. Impossibile fermare la foll(i)a, quando esplode nei campi di gioco. Invece, era vero il sangue di Gabriele Sandri, tifoso della Lazio, ucciso da un proiettile sparato, in una piazzola di sosta autostradale, da un agente. Ed è vera la selvaggia guerriglia scatenata a Roma, in  serata, da centinaia di ultrà. Per celebrare il loro povero compagno.

Ma gli episodi simili, piccoli, medi e grandi, sono molti. Troppi. In molti stadi italiani, di ogni area, di ogni serie. Al punto che quando capitano non ci sorprendiamo neppure più. Tanto in Italia non paga mai nessuno. I tifosi violenti condannati, al massimo, a guardare la propria squadra da casa. (Ma non giurerei che non riescano ad aggirare il DASPO.)  Le società “costrette” a giocare un paio di partite a porte chiuse. (D’altronde, anche quando sono aperte, gli stadi sono largamente vuoti.) Mentre le federazioni e la Lega sono troppo impegnate ad azzuffarsi per i diritti televisivi per perdere tempo dietro inezie come queste. E i calciatori che si levano la maglia poi tornano in campo, la settimana dopo. Con la stessa maglia. Negli stessi stadi. Davanti allo stesso pubblico. Senza pagare pegno.

Gli ultrà. Sono pochi, magari non pochissimi. L’1,8% si dichiara tale  –  secondo l’Osservatorio sul tifo di Demos-coop (nell’ultima rilevazione, del settembre 2011). Peraltro, non tutti “violenti”, ci mancherebbe. Quelli che minacciano, sparano fumogeni in campo, cantano cori infami, esibiscono striscioni che mescolano razzismo, nazismo e idiozia: sono la minoranza minima di una minoranza. D’altronde, gli ultrà sono infiltrati da frazioni politiche estremiste, a cui interessa conquistare visibilità. Per sé e i propri odiosi messaggi di odio. Viceversa, vi sono ultrà che si infiltrano in manifestazioni violente, a sfondo politico. Così, per tenersi allenati. O perché i due estremismi si congiungono.

Il fatto è che il calcio, ormai, tutto è diventato meno che uno sport. È uno spettacolo e un gioco  –  ma d’azzardo. Un’arena dove si misurano, incontrano e scontrano minoranze. Allo stadio, d’altronde, non ci va quasi più nessuno. Tutti davanti alla TV. A vedere partite il cui risultato è sempre in dubbio. Nel senso che ti resta il dubbio: se l’incontro a cui hai assistito sia reale oppure taroccato.

Ma tutto ciò avviene dentro a una società connivente o comunque indifferente. Gli ultrà: sono il 2% ma il 33% li considera utili allo spettacolo (uno spettacolo nello spettacolo, come domenica scorsa).  Magari ne condanna le “intemperanze”, ma con molta indulgenza.

D’altra parte, in Italia, il 50% si dicono tifosi. Tre quarti di essi:  caldi e militanti. In gran parte: ritengono gli scandali che da anni investono il calcio fondati. Il 55% dei tifosi, quando gli arbitri sbagliano, pensa alla malafede. Due tifosi su tre, inoltre, considerano “Calciopoli” un caso di giustizia sportiva viziata da molti errori. Oppure palesemente ingiusto. Quanto allo “scandalo scommesse”, i due terzi dei tifosi ritiene che abbia coinvolto molti giocatori e molte società. Gran parte dei tifosi, quindi, ritiene l’ambiente del calcio inquinato. In-credibile. Ma ciò non costituisce un argomento sufficiente a squalificarlo. Ad abbandonarlo. Quel che conta, par di capire, è vincere, non partecipare. E se anche il calcio fosse davvero inquinato da scommesse, corruzione, condizionamenti arbitrali, intese tacite, ebbene, in Italia così fan tutti. Dappertutto. In politica, negli affari, nel lavoro.

Perché scandalizzarsi? Così è la vita.

[Fonte: Bussole di Ilvo Diamanti, La Repubblica]

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