Pescara, «Armati e barricati in casa» così i rom aspettano gli ultrà

Pubblicato: 14 maggio 2012 in Mondo Ultras
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Si temeva il peggio e se così non è stato lo si deve soprattutto alla bella vittoria che il Pescara ha saputo conquistare sul campo nel nome del Gemellone, «Domenico nel cuore» gridava lo striscione sulla curva nord.

Pesscara-TorinoL’annunciataoffensiva degli ultrà contro i rom appare per ora scongiurata, ma la miccia resta innescata. Il pericolo non è scampato e le forze dell’ordine dovranno continuare a tenere alta la guardia, così come fatto ieri restando operative fino a tardissima ora.
Surreale l’atmosfera a Rancitelli mentre le due squadre si fronteggiavano all’Adriatico. Un silenzio cupo, insolito. «I rom hanno paura, temono la rappresaglia degli ultrà e se ne stanno barricati in casa» dice chi conosce il clima in via Lago di Borgiano o anche in via Lago di Capestrano, via Aterno e via Tavo. Ma quella dei rom non è una fuga e non è una ritirata. Al contrario, è una strategia precisa: ieri pomeriggio hanno lasciato vuote molte delle loro abitazioni e si sono radunati in gruppi numerosi in appartamenti trasformati in roccaforte al Ferro di cavallo. «Sono armati e pronti a respingere l’eventuale assalto» è la voce che circola con insistenza nel quartiere. Voce che le forze dell’ordine respingono, «sono fesserie, siamo andati a bussare alle porte delle loro case, da giorni non facciamo altro e nel corso di ripetute perquisizioni abbiamo prelevato e sequestrato ai rom armi e oggetti atti ad offendere» dicono dalla Questura. Ma perso un arsenale se ne fa un altro e i rom sanno come riuscirci, anche in casi estremi come questo. «Si sono accavallati a San Severo, nel Foggiano» è il gergo che svela la strategia. Accavallati vuol dire che hanno riallacciato rapporti stretti con i rom e la criminalità più temibile di San Severo, spesso si tratta di parenti, di sicuro gente pericolosa. A loro si sono rivolti per rifornirsi di quel che serve: in una parola, armi.
Massiccio ieri lo spiegamento di uomini che presidiava le zone calde, le strade cerniera tra lo stadio e Rancitelli, quartier generale dei rom. Molti gli agenti in divisa tutt’intorno allo stadio a tenere d’occhio di buon’ora le frange più estreme della tifoseria biancazzurra, «bevono molto, molti sono alticci» dicevano ieri pomeriggio, due ore prima della partita tra Pescara e Torino.
Nelle ore successive all’omicidio la risposta della Polizia è stata immediata ed efficace. La giustizia dovrà fare il suo corso e l’impressione – beninteso evitando la caccia alle streghe – è che solo un verdetto esemplare potrà placare la sete di vendetta che negli ultrà cova come il fuoco sotto la cenere. Massimo Ciarelli, accusato d’aver ammazzato Domenico Rigante, è in carcere a Vasto; i suoi tre cugini e il nipote che secondo l’accusa facevano parte del commando di quel maledetto primo maggio a piazza Grue sono rinchiusi a San Donato, benché si siano dichiarati innocenti, così ha detto il loro legale, l’avvocato Luca Sarodi. La Squadra mobile diretta da Pierfrancescio Muriana continua a scavare in quei fatti per irrobustire il quadro probatorio, per cercare quanti mancano all’appello, per scoprire il nome o i nomi di chi quella sera ha partecipato all’aggressione assassina di Domenico e che non è stato ancora identificato. Rancitelli è e resta sotto assedio, ma alle porte non ci sono gli ultrà. C’è la Polizia.

[Fonte: Il Messaggero]

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