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Il presidente della Lega Beretta: “Il nostro campionato resta appetibile nel mondo”. Poi per Cagliari-Atalanta non si trova uno stadio idoneo. Vergogna. [Xavier Jacobelli]

BerettaIn un’interessante intervista rilasciata all’emittente romana Radio Manà Manà, il presidente della Lega di serie A, Maurizio Beretta, dimissionario dal marzo 2011, ha testualmente dichiarato: “Il nostro campionato resta appetibile in tutto il mondo grazie al suo equilibro e alla qualità dei rispettivi club.

«Gli stadi? Sono un capitolo determinante, visti gli introiti che potrebbero garantire gli impianti di proprietà. Inoltre lo stadio non sarà solamente un impianto utilizzato per le partite in programma, bensì una vera e propria cittadella dello sport dove ogni tifoso potrà usufruire di qualsiasi tipo di servizio».

«La Supercoppa a Pechino? Sono consapevole che da un lato ci sono meccanismi problematici che possono impattare sulla preparazione pre campionato dovuta ai lunghi viaggi, dall’altra pero ci sono grandissime opportunità di carattere promozionale e commerciale».

Tutto bello, tutto splendido, tutto fantastico. Si fa per dire. La stessa Lega che pomposamente porta la Supercoppa a Pechino, alla faccia dei tifosi di Juve e Napoli (e, per carità di patria, non riparliamo di quanto è accaduto al Nido d’Uccello l’11 agosto scorso), alle ore 19.32 del 28 agosto 2012 non ha ancora comunicato se e dove si giocherà la partita Cagliari-Atalanta, valida per la seconda giornata del torneo di serie A 2012-2013.

Con tanti saluti al Cagliari, all’Atalanta, alla regolarità del campionato appena iniziato e, soprattutto, ai sostenitori delle due squadre, ostaggi di una situazione che non sta nè in cielo nè in terra ed è indegna anche di un torneo dopolavoristico.

E’ normale tutto questo in un campionato che “resta appetibile in tutto il mondo grazie al suo equilibro e alla qualità dei rispettivi club”?

No che non è normale. Ma l’importante è fare finta di nulla, tanto di mezzo ci sono Cagliari e Atalanta, mica i grandi club che comandano in Via Rosellini dove si registra una vacanza di poteri che neanche le tartarughe delle Galapagos sopporterebbero.

Come puntualmente documentano i colleghi di unionesarda.it, il Cagliari ha addirittura sospeso la campagna abbonamenti non avendo ottenuto l’agibilità dell’impianto di Quartu.

Dove si giocherà la partita con l’Atalanta, al momento non lo sa nessuno. Si paventa persino un rinvio per assenza di stadio alternativo, il che costituirebbe un record mondiale difficlmente eguagliabile visto che siamo soltanto alla seconda di campionato. E Trieste, direte voi? Trieste aspetta di sapere che cosa succederà in Sardegna. Sarebbe meglio dirlo subito alle autorità giuliane: fra le altre cose, domenica sera, nel Palasport vicino al Nereo Rocco, la nazionale italiana di basket affronterà la Repubblica Ceca.

Checchè ne dica il presidente dimissionario della Lega di serie A, la grottesca vicenda di Cagliari-Atalanta riassume efficacemente lo stato di grazia del calcio italiano, Anno Domini 2012: l’importante è incassare i diritti tv, spezzettare i calendari, tenersi i troppi stadi fatiscenti del Belpaese, imporre la tessera del tifoso e chissenefrega dei tifosi.

Poi c’è ancora chi si domanda perchè gli arabi o i russi non vengano ad investire da noi. Basta che telefonino a Beretta. Glielo spiega lui.

[Fonte: Globalist]

Dopo una telenovela che va avanti da mesi, la decisione finale è ora nelle mani del Prefetto del capoluogo sardo Giovanni Balsamo, che dovrà dire se, almeno a porte chiuse, i rossoblu del presidente Massimo Cellino potrà giocare in Sardegna

 

Stadio Sant'EliaIl Cagliari nel pallone. La Lega calcio impone ai rossoblù di giocare a Trieste e la squadra minaccia lo sciopero. Mentre il presidente Cellino sospende la campagna abbonamenti, spiazzando i tifosi sardi, sempre più smarriti e increduli. Lo stadio Is Arenas, nel comune di Quartu Sant’Elena, doveva essere la nuova casa dei rossoblù, ma la Prefettura non ha ricevuto la documentazione necessaria e restano tutti i dubbi sulla conformità dell’impianto al “decreto Pisanu” sulla sicurezza negli stadi. Così nessuno, a pochi giorni dalla prima gara interna di campionato contro l’Atalanta, è in grado di dire dove giocherà il Cagliari: se al Sant’Elia, a Trieste o a Quartu, magari a porte chiuse. Una farsa pallonara che arriva al culmine di una lunga sequenza di scontri istituzionali, protagonista una società della massima serie che da anni cerca disperatamente un campo di gioco.

Grazie a Cellino il Cagliari ha frequentato a lungo la Serie A e il suo fiuto si è rivelato vincente su tanti calciatori. Ma sullo stadio ormai cambia idea allo stesso ritmo con cui cambia gli allenatori. Da anni il numero uno rossoblù coltiva il sogno di avere un impianto tutto suo. Non gli riesce (burocrazia e costi) la demolizione e la ricostruzione del Sant’Elia e decide di acquistare terreni nel comune di Elmas, per realizzare uno stadio accanto all’aeroporto. Incontrando però, da subito, l’ostilità dell’Enac (l’ente dell’aviazione civile).

Gennaio 2012 è un mese nero: i rilievi dei Vigili del Fuoco costringono il Cagliari a giocare in uno stadio “dimezzato” e la Procura di Cagliari indaga Cellino per tentata estorsione e mette i bastoni tra le ruote all’operazione-stadio a Elmas. I rapporti tra Comune di Cagliari e rossoblù si rovinano dopo il 16 marzo. Quando l’amministrazione avvia la procedura di pignoramento per un vecchio debito di 1 milione e 700 mila euro per i canoni mai versati dal 1979 al 1994. Così, mentre i lavori per il recupero dello stadio Sant’Elia vanno avanti, Cellino annuncia il trasferimento della squadra allo stadio Nereo Rocco di Trieste. E ad aprile, sebbene dopo i lavori eseguiti dal Comune, lo stadio abbia ottenuto l’agibilità, Cellino insiste su Trieste anche per le ultime due, attesissime, gare con Inter e Juventus.

E rompe col Comune che a sua volta straccia la convenzione per il Sant’Elia, denuncia canoni mai versati (la società si è difesa vantando crediti per lavori svolti non di competenza dell’amministrazione), manutenzioni non eseguite e altre violazioni del contratto. Il Cagliari, dal canto suo, chiede all’amministrazione comunale 26 milioni di euro di danni. Altri 24 li aveva chiesti al Comune di Elmas per l’interruzione della procedura legata alla costruzione dello stadio accanto all’aeroporto. Cellino si rivolge infine a Quartu, dove chiude un accordo per 3 anni col sindaco Pdl Mauro Contini per la trasformazione del campo di Is Arenas in stadio da Serie A da 17 mila posti. Partono i lavori. E il 28 agosto, a pochi giorni daall’esordio, si riunisce la Commissione di vigilanza che non rilascia l’ok all’apertura dello stadio.

“Purtroppo il progetto presenta molte carenze”, ha dichiarato il vice Prefetto di Cagliari Carolina Bellantoni, “per cui la commissione ha chiesto una serie di documenti ulteriori: specificazioni sull’antincendio, sul soccorso, sull’area di pre-filtraggio, sulle strutture in cemento armato. Tante questioni che attengono proprio alla sicurezza che non sono state precisate nel progetto”. La Lega Calcio intanto rompe gli indugi e annunciato che Cagliari-Atalanta del 2 settembre si giocherà a Trieste, causando il malcontento dei giocatori che, stando alla stampa locale, sarebbero pronti allo sciopero. La palla (è il caso di dirlo) è ora nelle mani del Prefetto Giovanni Balsamo che dovrà decidere se, almeno a porte chiuse, il Cagliari potrà giocare in Sardegna.

di Ennio Neri

[Fonte: Il Fatto Quotidiano]

I ricavi ottenuti dalle squadre che hanno partecipato all’edizione 2011-12 creano una sperequazione economica, alla faccia del fair play finanziario e del calcio più “democratico” che vorrebbe il presidente della Uefa Michel Platini

Michel PlatiniI soliti noti e i soliti sospetti. Analizzando i ricavi ottenuti dalle squadre che hanno partecipato alla Champions League 2011-12, appena pubblicati dal sito della Uefa, si capisce come questa pioggia di milioni che premia i soliti noti crei una sperequazione economica che li favorisce ancor di più. Alla faccia del fair play finanziario che, chiedendo alle società di non spendere più di quello che guadagnano, pena l’esclusione dai tornei continentali, non fa altro che consolidare questo squilibrio. Facendo nascere il sospetto che sia invece l’ennesima norma volta a mantenere lo status quo, piuttosto che a rendere il calcio più “democratico” come vorrebbe il presidente Uefa Platini che l’ha promulgata.

Le squadre che partecipano al massimo torneo continentale guadagnano 550mila euro per ogni partita giocata nei gironi, cui si aggiunge un bonus di 800mila per ogni vittoria. Il primo passaggio del turno vale 3,9 milioni, a salire fino ai 5,6 milioni per la squadra finalista e ai 9 milioni per la squadra campione. A questo si aggiungono i proventi dalla distribuzione semi-centralizzata dei diritti televisivi, anche questi proporzionali al cammino del club, e che oltretutto crescono esponenzialmente ogni anno. Dalla Champions dello scorso anno il Chelsea campione ha guadagnato 59 milioni di euro (di cui 30 dalla televisione), il Bayern Monaco 42 (15 dalla tv), il Barcellona 41 (18 dalla tv), il Milan 40, il Real 39, il Manchester United 35, l’Inter 32. E così via.

La stagione precedente, la Champions ha regalato al Manchester Utd 53 milioni (26 dalla tv), al Barcellona 51, al Chelsea 45, al Real 39, all’Inter 38 e al Bayern Monaco 33. In quella ancora prima l’Inter ha guadagnato 49 milioni (20 dalla tv), il Manchester Utd 46, il Bayern Monaco 45, il Barcellona 39, il Chelsea 32. In questi ultimi tre anni anche squadre come Arsenal, Marsiglia e Lione, tra le altre, si sono portate a casa dai 20 ai 30 milioni ogni anno. I nomi sono sempre quelli, fin dall’inizio. Se prendiamo infatti in considerazione il torneo da quando ha assunto l’attuale configurazione (stagione 1995-96), ecco che su 17 edizioni Real Madrid e Manchester Utd ne hanno saltata una sola, vincendone rispettivamente 3 e 2. Barcellona e Bayern Monaco ne hanno saltate tre, vincendone 3 e 1. Milan e Inter ne hanno saltate cinque, vincendone 2 e 1.

A dimostrazione che il regolamento sembra studiato di modo che più si partecipa e più si guadagna, più si ha la possibilità partecipare e guadagnare di nuovo. Come un serpente che si morde la coda, chiudendo alla lunga fuori dal cerchio i nuovi arrivati o le possibili sorprese. Alla faccia dei posti garantiti per i campionati minori – dove si finisce anche qui, a maggior ragione, per favorire le solite note come Dinamo Kiev, Shakhtar Donetsk, Olimpiacos, Panathinaikos, Celtic, Rangers, Fenerbahce etcetera – e delle regole del fair play finanziario in vigore da quest’anno. Con una mano infatti, tramite premi partita e diritti tv, la Uefa arricchisce i più ricchi, con l’altra impone ai club di spendere (non più di) quello che hanno in cassa, dando così modo a chi già lo fa di fare maggiori investimenti, monopolizzare il mercato e rinforzarsi ulteriormente. Un circolo vizioso che finirà inevitabilmente con il creare una superlega continentale dei miliardari, che non avranno più ragione di competere nei campionati nazionali e si ritroveranno a giocare tra di loro.

[Fonte: Il Fatto Quotidiano]

Sportbusinessmanagement.blogspot.it ha presentato nei giorni scorsi una scheda-sintesi sul valore delle sponsorizzazioni di maglia della Barclays Premier league, la prima divisione di calcio del Regno Unito.

Il calcio britannico si presenta con un valore di 147,1 milioni di sterline per la stagione 2012/13 (in crescita del 25% rispetto a solo un anno fa).
Il mercato delle sponsorizzazioni di maglia in Premier Laegue ha fatto registrare in un anno un aumento del 25%. Questo è il dato che emerge da una ricerca condotta da Sportingintelligence, che evidenzia come il valore delle sponsorizzazioni sia passato da £ 117,5 milioni nel 2011/12 a £ 147,1 milioni per la stagione 2012/13.
L’aumento di £ 29,6 milioni testimonia come, nonostante la situazione di crisi economica attuale, la Premier League riesce ad aumentare il proprio fatturato e crescere più di tutti gli altri.

[Fonte: SportEconomy.it]

Ci sono ancora diversi aspetti ancora poco conosciuti della storia della Fiorentina. Molta parte della documentazione – e non solo – è diventata praticamente irreperibile a causa, sostanzialmente, di tre eventi negativi che hanno, in un certo senso, contribuito a depauperare l’archivio storico gigliato, ovvero il secondo conflitto bellico, l’alluvione ed il fallimento del 2002. Non a caso due grandi eventi che sono alla base della storia dell’ultraottantenne sodalizio gigliato.

Ovvero: la data di nascita e le motivazioni del cambio del colore della maglia in viola, sono ancora abbastanza avvolti da una coltre di leggendarie incertezze. Proprio la data di nascita della Fiorentina è al centro di questa analisi che, forse, non farà chiarezza assoluta sulla data esatta, ma, sicuramente ci consegnerà decisamente più rafforzata l’ipotesi che si tratti del 29 agosto 1926, togliendo, definitivamente, i dubbi su quella del 26 agosto 1926; ma andiamo per ordine.
Dalla primavera del 1926 il Marchese Ridolfi, presidente dell’esclusivo Club Sportivo Firenze, era impegnato seriamente e concretamente nel cercare di trovare l’accordo per una scabrosa fusione fra le sezioni calcistiche della “Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas” e del suo “Club Sportivo Firenze”, ovvero le compagini più organizzate della città di Firenze, con l’intenzione di dare vita ad un nuovo forte sodalizio calcistico fiorentino, più strutturato sotto l’aspetto sportivo e dirigenziale. Furono molteplici le riunioni che vennero indette con i dirigenti delle due squadre per poter arrivare in maniera solidale a quell’accordo che si sarebbe trasformato, poi, nell’attuale Fiorentina. Lunghe furono le discussioni diurne e notturne del federale di Firenze Luigi Ridolfi con Lorenzi e Paganelli, plenipotenziari della Libertas, alla ricerca di un accordo che fu trovato soltanto grazie alle tasche di Ridolfi il quale ripianò gli ingenti debiti della società di Santa Maria Novella.

 


Una formazione del Club Sportivo Firenze del 1922

 

Una formazione della Libertas del 1922

 

Proprio il 26 agosto 1926, come riportano tra gli altri Sandro Picchi, figlio di quello Scipione Picchi eletto primo Vicepresidente della neonata Fiorentina, in “Fiorentina 80 anni di storia” e Pier Luigi Brunori in “Fiorentina, Squadra Primavera”, non avvenne alcuna costituzione, ma si tenne una di queste riunioni propedeutiche a quell’accordo che sembrava non essere poi così scontato fra le due squadre fiorentine. Purtroppo, ammesso fossero mai stati redatti, non sono a disposizione verbali di tali decisivi incontri. La data del 26 agosto 1926 collegata alla possibile costituzione della Fiorentina dovrebbe essere apparsa per la prima volta nell’album Calciatori Panini 1967-68 e, successivamente, nell’Almanacco Illustrato del Calcio del 1971, il primo edito della Panini. In tutte le edizioni successive della più famosa raccolta annuale di dati calcistici, poi, è stata sempre riportata la data del 26 agosto 1926, accompagnata dall’errata denominazione di una delle due sezioni calcistiche che diedero vita poi alla Fiorentina: ancora oggi, infatti, è possibile leggere sull’Almanacco Panini che, una delle due sezioni calcio che avrebbe poi dato vita alla fusione, era la “Polisportiva Giovanile Libertas”, quando, in realtà, si trattava della storica “Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas”, ovvero uno dei più antichi sodalizi sportivi fiorentini nato nel 1877 per le discipline della ginnastica, successivamente al Club Sportivo Firenze sorto per il ciclismo nel 1870 e prima del Florence Football Club fondato nel 1898 dall’allora Sindaco di Firenze Pietro Torrigiani appositamente per il calcio.

 


La prova documentale fornita dall’Almanacco Carcano del 1969

 

Dal 1939, ovvero dalla prima pubblicazione assoluta, l’Almanacco Illustrato del Calcio edito dalla Carcano, della quale la Panini acquistò i diritti nell’estate del 1970 per iniziare a pubblicare a sua volta l’Almanacco, ha sempre indicato nella data del 29 agosto 1926 il giorno della costituzione della società gigliata, riportando sempre esattamente anche il nome delle sezioni calcistiche delle due squadre fiorentine che avevano dato vita alla nuova compagine cittadina. La valenza storica di questa data – 29 agosto 1929 – viene esaltata proprio dall’Almanacco Carcano del 1942-43, che vedeva, nella prefazione, un intervento ad hoc del Marchese Ridolfi, succeduto, nel frattempo a Giorgio Vaccaro nel ruolo di Presidente della F.I.G.C.. E’ più che ammissibile ipotizzare, considerato anche il particolare periodo storico-politico, che il Presidente Ridolfi – che nel frattempo aveva lasciato la poltrona di massimo dirigente viola al menzionato Scipione Picchi – avesse controllato i dati contenuti nell’annuario, confermando, così, la data del 29 agosto 1926, riportata già nella prima pubblicazione avvenuta tre anni prima. Questo, in assenza di verbali o di altra documentazione ufficiale, rappresenta un fatto sicuramente importante per stabilire la data più vicina alla reale fondazione della Fiorentina. Da evidenziare il fatto che il 29 agosto nel 1926 cadesse di domenica, proprio come lo stesso giorno della settimana nel quale era stato fondato il Napoli 4 settimane prima il 1 agosto 1926.

 

La data del 29 agosto 1926 viene anche indicata nelle prime pubblicazioni dedicate alla Fiorentina a metà degli anni trenta. Attenendosi, probabilmente, alla possibile veridicità della data – confermata puntualmente anche dall’Almanacco Carcano nelle edizioni successive – negli anni Cinquanta, molte pubblicazioni ufficiali che trattavano vicende calcistiche nazionali e locali riportarono sempre la data del 29 agosto 1926 come riferimento temporale di costituzione della Fiorentina, come, ad esempio, l’Annuario degli Enti Federali e delle Società. Parallelamente a questa situazione, che potrebbe chiarire parzialmente eventuali dubbi in merito alla data di nascita della Fiorentina, vanno evidenziate rivelazioni che potrebbero rimettere in discussione ciò che abbiamo menzionato sinora.

 

Una pubblicazione del 1935 riportante la data di nascita della Fiorentina

Nerio Giorgetti e Raffaello Paloscia, ad esempio, indicano nella data del 19 agosto 1926 la data della creazione della Fiorentina. Come se non bastasse “La Nazione” del primo settembre 1926 annunciò, addirittura, che la “costituzione dell’Associazione Fiorentina del Calcio era in pericolo”, in quanto non erano ancora state trovate le necessarie coperture economiche per consolidare l’accordo fra Libertas e Club Sportivo. Molto probabilmente l’accordo ufficiale, senza i dettagli finanziari, era già stato raggiunto. Nello stesso periodo – la seconda metà di agosto del 1926 -, invece, La Gazzetta dello Sport dava per certa la nascita, sotto la guida del Marchese Ridolfi, della nuova società biancorossa.

 

L’incontro Pescara-Fiorentina del 29 agosto 1976, 50° anniversario

E proprio la “rosea” del 30 agosto 1976 ci fornisce un interessante, ed inaspettato, spunto che riporta l’attenzione verso la data più probabile della fondazione della Fiorentina, ovvero quella del 29 agosto 1926. Nelle note al termine del tabellino della gara di Coppa Italia Pescara-Fiorentina 0-1, disputata il 29 agosto 1976 si legge, infatti, che “Oggi 29 agosto è il 50° anniversario della fondazione della Fiorentina, avvenuta, appunto, il 29 agosto 1926”.

Autori

Roberto Vinciguerra, Massimo Cecchi, Andrea Claudio Galluzzo

[Fonte: MuseoFiorentina.it]

È un’idea che ad intervalli di tempo regolari torna alla ribalta. Adesso è la volta di Rupert Murdoch, ovviamente interessato per fini personali legati alla sua compagnia televisiva. Comunque, segnatevi il link di provenienza della notizia, tifosobilanciato.it, veramente fonte inesauribili di notizie economico-finanziarie sul calcio.

 

Big FiveRupert Murdoch, proprietario della News Corp (che include anche Sky) ha invitato il gotha del calcio europeo a Milano ad una cena alla quale parteciperanno i Presidenti delle più importanti squadre di calcio dei cinque principali campionati europei (le “Big 5″): Premier League, La Liga, Serie A, Bundesliga e Ligue 1.

Anche se l’obiettivo dell’incontro non è stato ufficialmente comunicato, sono forti le indicazioni che portano a pensare di un possibile ragionamento concreto in merito alla possibilità di creare la UEFA Super League, una sorta di torneo continentale con accesso limitato ad alcune delle squadre delle Big 5 e che dovrebbe far abbandonare la Champions League e l’Europa League.

In tempi di Fair Play Finanziario, forse l’unico modo per consentire alle grandi squadre di continuare a spendere, incrementando i propri ricavi grazie al ridimensionamento della quota di diritti TV che sarebbe lasciata alle squadre nazionali che non avrebbero accesso a questo nuovo torneo.

Si trova sempre un pesce più grosso che mangia quello più piccolo.

[Fonte: Tifoso Bilanciato]

Vale ancora la pena spendere nel calcio? Si domandava Della Valle tirando in ballo strumentalmente gli ultras e la solita tiritera della violenza. Beh, guardando i conti del calcio italiano è chiaro che se non vale più la pena investire nel calcio è per l’alta voracità di chi ci gravita intorno, non già di chi lo finanzia e quantomeno si incazza se poi viene preso per i fondelli…

Vince il Chievo. Undici anni dopo essere approdato alla serie A del calcio, il club veronese guida la classifica virtuosa dei costi per ogni punto conquistato. Ultime Inter e Milan.

Per ogni punto conquistato nell’ultimo campionato (ne ha fatti 49) il Chievo ha speso 722mila euro. Il Catania è secondo, 756mila euro a punto. Terzo il Bologna, 865mila euro. Queste squadre conquisterebbero il diritto a giocare la Champions League dei virtuosi dei conti.
L’Inter, ultima in questa graduatoria, ha speso poco più di cinque milioni per ogni punto, ne ha fatti 58. Il Milan, secondo in campo ma penultimo in questa classifica, ha speso quattro milioni e 111mila euro. Terzultima la Roma, con poco più di tre milioni spesi per ogni punto. Per queste tre scatterebbe la retrocessione.

La Juventus, tornata a vincere lo scudetto sei anni dopo le vergogne di Calciopoli, ma di nuovo attraversata dai brividi per le indagini dello scandalo scommesse su Antonio Conte riferite a quando allenava il Siena in B, è quart’ultima nella graduatoria dei costi riferiti alle prestazioni: due milioni e 362mila euro spesi per ogni punto.

È una classifica sostanzialmente rovesciata, rispetto a quella del campo (scommesse permettendo), la graduatoria elaborata dal Sole 24 Ore. Sono stati utilizzati dati molto semplici: i costi della produzione dichiarati nei bilanci dai club di serie A divisi per i punti conquistati (con una semplificazione, i punti sono dell’ultimo campioanto, i bilanci dell’anno precedente). Sono inclusi tutti i costi di gestione, eccetto quelli finanziari (interessi sui debiti) e oneri straordinari. Qualcuno potrebbe definirla una cassifica lunare, così lontana dai valori espressi in campo. E in effetti lo è, come è lunare un mondo di scialacquatori che continua a spendere più di quanto incassi.

Nell’ultima stagione per la quale sono disponibili i bilanci, il campionato 2010-2011 (vinto dal Milan), la serie A nell’aggregato delle 20 squadre ha accumulato 300 milioni di perdite nette, circa il 18% dei ricavi escluse le plusvalenze, che sono stati pari a 1.652 milioni, secondo lo studio «Report Calcio 2012», elaborato dalla PriceWaterhouseCoopers (Pwc) insieme all’Arel e alla Figc.

Il buco della massima serie in realtà è più profondo, perché le perdite sono state contenute attraverso le plusvalenze del calciomercato, pari a 348,5 milioni. Spesso le plusvalenze sono realizzate con operazioni tra squadre della stessa serie A, esclusi i pochi casi di cessioni all’estero, quindi in un ideale bilancio consolidato della serie A questi guadagni straordinari andrebbero sommati alle perdite nette dichiarate nei bilanci. Si potrebbe pertanto affermare che il rosso effettivo della massima serie è di 648 milioni di euro, cifra composta dai 300 milioni di perdite nette aggregate dei bilanci dei 20 club più i 348 milioni di plusvalenze.

Questo vale per la stagione 2010-2011. Dell’ultima stagione sportiva non conosciamo ancora i conti, i bilanci chiudono al 30 giugno prossimo per la quasi totalità dei club. Alcune squadre seguono l’anno solare e complicano un po’ l’analisi: è stato il Milan ad inaugurare questa deroga alla data del 30 giugno spostando la data di chiusura del bilancio al 31 dicembre quando Adriano Galliani era presidente della Lega e Silvio Berlusconi presidente del Consiglio, quindi imitato dalla Fiorentina di Diego Della Valle, dal Genoa di Enrico Preziosi, dal Torino di Urbano Cairo che ha appena riconquistato la serie A e altri.

Il calcio ha bisogno di più trasparenza. Questa si migliora anche ristabilendo una data uguale per tutti per chiudere i bilanci. Come andrebbe anche stabilito l’obbligo di rendere più tempestive le comunicazioni sui conti. Se si eccettuano le tre squadre quotate in Borsa (Juventus, Roma e Lazio, quest’ultima l’unica ieri colpita da un ribasso delle quotazioni, -4,28% a 0,34 euro), i rendiconti sono disponibili al pubblico nell’archivio Infocamere-Cerved per molte squadre solo dopo sei-otto mesi dalla fine dell’esercizio.

La graduatoria elaborata dal Sole 24 Ore sui costi per ogni punto non tiene conto del volume dei ricavi, quindi al virtuosismo del Chievo nei costi rispetto ai risultati non corrisponde il miglior bilancio in assoluto. Il piccolo club veronese ha dichiarato 35,9 milioni di euro di ricavi al netto di plusvalenze e una perdita di circa 300mila euro al 30 giugno 2011.
Nella stagione 2010-2011 solo otto club in serie A avevano il bilancio in attivo. I conti migliori sono quelli di As Bari (14,2 milioni) retrocessa in B, Ss Lazio (quasi 10 milioni) e Us Palermo (7,8 milioni), quindi Catania (6,4 milioni) e Napoli (4,2 milioni): l’utile deriva però da plusvalenze per cessione di calciatori, non dal contenimento delle spese entro la soglia dei ricavi. L’80% circa della perdita complessiva della serie A è stata causata da tre squadre, Juventus con il peggior bilancio della sua storia (95,4 milioni di perdita), Inter (83,1) e Milan (69,8).

[Fonte: Il Sole 24 ore]